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Giles Duley: Still a Human Being

Giles_DuleySiamo nel febbraio 2011. Duley è in missione in Afghanistan per documentare la vita dei soldati americani sul campo. La pattuglia è vittima di un’imboscata, nel tentativo di fuggire Giles calpesta un ordigno esplosivo improvvisato. Nell’attacco perde entrambe le gambe e il braccio sinistro. Tre giorni dopo l’incidente, quando sua sorella va a trovarlo in ospedale, Duley sposta la maschera dell’ossigeno per parlarle. Pronuncia soltanto poche parole: “I am still a photographer”. Sono ancora un fotografo, nonostante il mio contenitore sia stato seriamente danneggiato, la mia identità non è intaccata. Io sono un fotografo, è questo a definirmi come essere umano. Ed è tramite la fotografia che Duley comincia il complicato percorso di riconciliazione con la sua nuova forma, lavorando a una serie di autoritratti che costituiranno la base per il progetto “Becoming the Story” […]

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Libri in parallelo: Sarah Bernhardt, le mongolfiere e l’importanza del tostapane

«You put together two things that have not been put together before. And the world is changed. People may not notice at the time, but that doesn’t matter. The world has been changed nonetheless». Metti insieme due cose – scrive Barnes nell’incipit del suo “Livelli di vita” – apparentemente molto distanti l’una dall’altra e l’assetto dell’universo potrebbe uscirne non solo mutato, ma divelto a tal punto da divenire irriconoscibile a chi lo ha abitato fino a pochi istanti prima: in questo cosmo sottosopra, violentemente illuminato o sfigurato dalla comparsa di una frattura, le strutture rapidamente si sfilacciano o si esaltano, la prospettiva abituale schizza impazzita fuori fuoco, i valori si sovvertono, i contorni si sgranano, deformandosi dentro schegge di colore caotiche, affamate e incuranti delle conseguenze causate dall’esplosione innescata da quel piccolo taglio nella tela. Ѐ una lacerazione sottilissima, quasi non ci si accorge della differenza. Ogni cosa appare uguale a se stessa, mentre tutto diventa alieno come un codice cifrato.

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Tarabbia e Čikatilo: storia di una mutilazione

A proposito de “L’avversario” Carrère scriveva: “Ho cominciato un romanzo, la storia di un uomo che ogni mattina baciava moglie e figli, poi usciva fingendo di recarsi al lavoro, ma in realtà andava a camminare senza meta nei boschi innevati […]Se ero diventato scrittore, era per scrivere quel libro. Cominciavo a sentirmi vivo.” Il nuovo romanzo di Andrea Tarabbia che, come il precedente “Il demone a Beslan”, ritrova nella Grande Madre Russia un paesaggio-personaggio ferino e pervasivo, racconta in prima persona una storia complicatissima a cui dare voce senza esprimere giudizi di valore, racconta una vita che – ancor più di quella di Jean-Claude Romand – appare segnata da un’oscurità conturbante, da una solitudine radicale e da un ferocissimo senso di privazione e sconfitta.

Difatti, sebbene “Il giardino delle mosche” potrebbe inserirsi appieno in quel filone di letteratura contemporanea che – se amassimo le classificazioni di genere, ma per fortuna ce ne guardiamo bene – definiremmo “letteratura del Male”, il vero nucleo emotivo attorno a cui ruotano le vicende della vita di Andrej Čikatilo sembra essere rappresentato dalla mutilazione, dall’umiliazione e dal bisogno di riscatto che inevitabilmente ne deriva. Una mutilazione che si declina sia in senso passivo, nella beffa contenuta nel nome (“Eccolo qui, il bambino, è un maschio: si chiamerà Andrej, che significa uomo forte, uomo virile, e quello impresso nel mio nome non è che uno sberleffo crudele”), nella semi-cecità che lo affligge sin da bambino (“La cecità è il modo che ho per camminare nei boschi, per non temere la notte”), ma sopratutto nell’impotenza sessuale che lo mortifica (“Io lo so cosa significa essere terrorizzati e inermi, cosa credi?” mi sono slacciato i pantaloni e li ho lasciati cadere per terra. Ho preso in mano il mio pene morto e «Guarda!» ho detto. «Io lo so! Ѐ la prima cosa che ho imparato!»”), ma anche in senso attivo, come strumento di dominio e manipolazione del corpo altrui perpetrato nelle vesti di un puskiniano “dio delle carni”, capace di disporre secondo il suo godimento della vita e della morte dei suoi devoti (“Eccovi qui: molti di voi non si conoscono, eppure ognuno di voi è un mio supplizio. Bevete, mangiate: io vi guarderò e vi giudicherò per i vostri atti”).

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Dalle Rovine: Funetta e il Romanzo della Foresta

Il 22 febbraio è uscito per Il Post un articolo su “Unborn Cities”, il progetto fotografico di Kai Caemmerer sul modello di sviluppo urbanistico che sempre di più ultimamente caratterizza la progettazione e l’espansione dei nuovi centri abitati della Cina continentale. O per meglio dire, in attesa di essere abitati. Dobbiamo immaginare una ragnatela avveniristica di strutture mastodontiche, composta da grattacieli, polisportive, scuole, spazi congeressuali destinati a ospitare ingenti flussi di persone, ma temporaneamente vuoti. Vertebre di puro cemento, ossa bianchissime di fossili preistorici, giganteschi cartonati che si stagliano muti in una nebbia surreale. Tra gli scatti di Caemmerer e le ambientazioni di Fortezza, la città-mondo in cui si svolge il romanzo “Dalle rovine” di Luciano Funetta, si instaura una vibrante assonanza fatta di grigiore, silenzio e immobilità. Fortezza, infatti, più che rappresentare un luogo reale, appartiene a una dimensione spaziale remota, a un tempo alternativo, a un buco nero in cui la vita si consuma in solitudine dietro finestre sbarrate da un «sole nucleare» e in cui tutto ciò che è umano viene disertato e disabitato. Al pari delle unborn cities di Caemmerer, la città di Funetta è un non-luogo che nasce già morto e può esistere soltanto come «un’idea schizofrenica di prigione».funetta

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[Elaboratori]

“Certo, il cervello è una macchina e un elaboratore, e la neurologia classica ha perfettamente ragione. Ma i processi mentali, che costituiscono il nostro essere e la nostra vita, non sono soltanto astratti e meccanici, sono anche personali; e in quanto tali implicano non solo la classificazione e l’ordinamento in categorie, ma anche una continua attività di giudizio e di sentimento. Se ciò va perduto, finiamo, come il dottor P., per assomigliare a degli elaboratori. Allo stesso modo, se cancelliamo il giudizio e il sentimento, l’elemento personale, dalle scienze cognitiviste, le riduciamo a qualcosa di carente, come il dottor P., e insieme riduciamo il nostro apprendimento del concreto e del reale”.

[Oliver Sacks, “L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello”, Milano, Adelphi, 1986]

 

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[Putting things together]

You put together two people who have not been put together before; and sometimes the world is changed, sometimes not. They may crash and burn, or burn and crash. But sometimes, something new is made, and then the world is changed. Together, in that first exaltation, that first roaring sense of uplift, they are greater than their two separate selves. Together, they see further, and they see more clearly.

[Julian Barnes, Levels of Life, London, Vintage Books, 2014]

Julian Patrick Barnes and Pat Kavanagh

Julian Patrick Barnes and Pat Kavanagh.

 

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L’invenzione della madre (o della malattia come metafora)

L’invenzione della madre, Marco Peano

(o della malattia come metafora)

di Giulia Guida

 

Marco Peano ha scritto il romanzo che stavo cercando dalle sei di mattina del dodici febbraio duemilatredici, quando mio padre – nella sua forma di organismo umano bipede a sangue caldo come l’avevo immaginato per i primi ventitrè anni della mia vita, con tanto di discutibili maglioni a rombi, una passione irrefrenabile per la frutta martorana, un’eccitazione quasi fisica per i numeri e gli LP di Giorgio Gaber nascosti tra un ventricolo e l’altro con disincanto e ostinazione – ecco, quando tutto quello che aveva contribuito a costituire l’entità “padre” fino a quel momento ha smesso di esistere. Quando si guarda una persona morire, – nell’istante della transizione tra uno stato e l’altro della materia – nella coscienza dell’osservatore si impone un’evidenza, arriva luminosa e inappropriata, quell’evidenza che accomuna tutte le specie dell’universo fin dall’era della formazione del primo protozoo unicellulare: ovvero, noi siamo il nostro corpo.

Si vive dentro un corpo per anni, decenni alle volte, senza avere una piena consapevolezza del suo peso, senza la necessità di combattere per la sua sopravvivenza, senza la preoccupazione di preservarlo dal suo naturale e inevitabile processo di decadimento. Da giovani si canalizzano tante di quelle energie verso l’interno, impegnati come siamo nella costruzione e nella cura della nostra introspezione, che si finisce per dimenticare la caducità del corpo, ridotto a mero involucro della personalità, concepita invece come un’entità immateriale ma destinata a un’esistenza più duratura, vincolata a una promessa di non deperibilità, scriverebbe Peano. Fin quando non ci si ammala o si guarda qualcuno ammalarsi. Solo a quel punto l’integrità del corpo appare in tutta la sua indispensabilità, quando il mondo già comincia a dividersi in sani e malati, in funzionanti e guasti, in vivi e morituri. Ecco perché Peano è riuscito laddove altri hanno fallito: ha raccontato con una lingua dolorosamente concisa non la morte e la successiva rielaborazione della perdita, ma la storia di un corpo che muore, la storia di una malattia, che si trasforma nella storia della malattia stessa.

Mi ricordo che una delle volte in cui mio padre era ricoverato presso l’ospedale di Padova, mentre bighellonavo nella sezione saggistica della Feltrinelli, mi sono imbattuta nel libro di Susan Sontag, “Malacopertinattia come Metafora”.  “La malattia”, scriveva Sontag, “è il lato notturno della vita, una cittadinanza più onerosa. Tutti quelli che nascono hanno una doppia cittadinanza, nel regno dello star bene e in quello dello star male. Preferiamo tutti servirci soltanto del passaporto buono, ma prima o poi ognuno viene costretto, almeno per un certo periodo, a riconoscersi cittadino di quell’altro paese”. La dicotomia che consegue dall’insorgenza della malattia, tra la vita prima e la sopravvivenza dopo – come se la scoperta delle cellule cancerose segnasse un anno zero, l’inizio di una grottesca rinascita al contrario – si reifica nel romanzo di Peano a tal punto da spaccare la sua casa a metà, la sua famiglia in due ambienti separati: un “di qua”, dove lo status quo è ancora intatto e un “di là”, in cui i punti di riferimento implodono, la rete dei rapporti familiari si riduce a un cumulo di significanti senza significato, gli articoli ospedalieri sono accolti come “nuovi membri della famiglia” e i blister di medicine giacciono sul comodino come “le scatole di cioccolatini per gli ospiti nelle case delle altre famiglie”: “Di là” è il mondo convenzionale con cui Mattia e suo padre hanno preso a chiamare il basso fabbricato che, dopo il ritorno a casa successivo all’ultimo ricovero, ospita la madre e la sua malattia […] Come se mettendo pochi metri di distanza – quanti saranno dieci? – dalla casa vera e propria, il dolore potesse essere contenuto. Di là. Sembra quasi mimare l’abitudine di pensarla “al di là”. La malattia di questa madre diviene un elemento fondante del nucleo famigliare, tanto “da far pensare a Mattia che il cancro sia in realtà il legame, ciò che permette di continuare a sommare un giorno agli altri giorni”.

Il cancro trangugia ogni parola e rimodula il linguaggio fino a diventare l’unico strumento di narrazione della realtà esterna: se il cancro non può essere sconfitto, lo si impara a conoscere in tutte le sue possibili manifestazioni, se ne studia morbosamente l’eziologia, la patogenesi, la percentuale di incidenza, le variabili del processo di accrescimento e di metastatizzazione. Se il cancro non può essere sconfitto, non resta altro che diventare il cancro. Un giorno, mentre è seduto al caffè di un centro commerciale, incontra due ex compagni di classe che si stanno per sposare di lì a poco. Seppur più per cortesia che per reale interesse, i due domandano notizie delle condizioni della madre e Mattia si confida, sente l’urgenza di una valvola di sfogo esterna rispetto alla dimensione del “di là” – ma quando comincia a illustrare nel dettaglio i segni del carcinoma meningeo che sta devastando il corpo di sua madre – l’orrore della perdita dell’autosufficienza, della vista e della coscienza – gli amici inorridiscono, non possono e non vogliono comprendere, i loro occhi non conoscono la decomposizione del corpo, i loro sguardi sono proiettati al futuro – lo stesso futuro a cui il padre di Mattia il 1° agosto del ’74 andava incontro il giorno del suo matrimonio, “nervoso ed eccitato mentre visualizza il profilo di quella che sta per diventare sua moglie stagliarsi perfetto nella luce del giorno”.

In quel momento il figlio percepisce la portata della propria inadeguatezza e della propria liminalità: è un organismo anfibio, ormai incapace di esistere nel mondo dei vivi, ma non ancora destinato a occupare uno spazio in quello dei morti.  Ed ecco dunque la misura del danno, tragicamente racchiusa nella condizione dell’orfano: “una parola che stringe nelle spire delle o in apertura e in chiusura chi le indossa: due catene circolari che ammanettano a un infinito presente”.